Neet: un presente incerto e un futuro che non c’è

Immagine Neet: un presente incerto e un futuro che non c’è
Farid ha 28 anni è arrivato in Italia dalla Siria dopo 5 mesi di viaggio, gli è stato riconosciuto lo status di rifugiato; Marta ha 26 anni ed è nata con la sindrome di down, ha concluso il suo percorso di studi con il diploma di geometra dopo essere stata bocciata 3 volte; Francesco ha 29 anni, ha conseguito laurea, dottorato di ricerca e master; Maria si è sposata giovanissima e si occupa da sola della casa e dei figli.

Vite diverse, ma legate da un filo sottile che attraversa una intera generazione. La popolazione di una nazione di più di 2 milioni di giovani compresi tra i 15 e i 29 anni che non riesce a dare il proprio contributo alla società, e che lo Stato non riesce ad attivare.

Le statistiche e il linguaggio tecnico li chiama NEET (Not in Education Employment or Training), nell’immaginario popolare sono i “fannulloni” che non vogliono uscire dalla comoda vita familiare sotto il sostegno economico dei genitori. In realtà è il volto dei nostri figli, del vicino di casa, del compagno di banco, è il futuro di una intera nazione che viene abbandonato a se stessa e che disillusa attende un’opportunità che non arriva e nelle migliori delle ipotesi decide di partire ed emigrare all’estero.

Un disincanto che si riscontra anche nella partecipazione alla vita attiva della propria comunità, nei partiti e nelle istituzioni, portandoli a rinunciare anche al diritto costituzionale del voto, sicuri che anche quel contributo non possa cambiare nulla.

La Garanzia Giovani nata per porre freno a questa emorragia sociale ha spostato di poco la lancetta sul segno positivo, non riuscendo a scalfire sensibilmente le fasce più deboli di questo gruppo tanto eterogeneo e pertanto difficile da intercettare con i sistemi tradizionali. Fondamentale il suo rifinanziamento, ma i punti negativi riscontrati vanno analizzati e corretti per tempo in modo da poterne sfruttare a pieno le potenzialità.

In questo quadro, il ruolo delle organizzazioni giovanili, dei sindacati, delle associazioni di categoria, dei professionisti, della cittadinanza attiva, diventa cruciale per migliorare le possibilità della nostra generazione di uscire da questa condizione. Le capacità di questi pezzi della società d’essere strumenti di prossimità, di intercettare i giovani nei luoghi che loro frequentano perché radicati nel tessuto sociale in cui operano, può creare le condizione per incidere più sensibilmente in quegli gruppi giovanili socialmente disagiati e lontani dalle istituzioni che dovrebbero aiutarli.

E’ arrivato il tempo di prendere tra le mani le responsabilità che ci sono assegnate dal ruolo che ricopriamo e che il momento storico ci richiede di affrontare. Lo dobbiamo a Farid, Marta, Francesco e Maria e a quella generazione che dopo di noi merita di trovare condizioni migliori delle nostre.


Pubblicato il 2016-11-22 11:53:29