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perle di youth work intervista a federica demicheli

Inauguriamo con questa intervista il ciclo di pubblicazioni “Perle di Youth Work”, una serie di video interviste, con relative trascrizioni, realizzate nell’ambito del progetto DialogIn Youth Work, Erasmus Plus – KA347 – Youth Dialogue Projects.
Un panel di esponenti del mondo dello Youth Work italiano risponderà a delle domande fondamentali per intavolare un discussione scientifica e costruttiva sul tema in oggetto.
Federica Demicheli è la vicepresidente di Ninfea, che è una associazione per il riconoscimento dello Youth work e della figura professionale degli Youth worker in Italia.

Guarda la video intervista integrale:

Perle di Youth Work : intervista a Federica Demicheli

Giosef Italy: Cosa fai nell’ambito dello Youth Work?

Federica Demicheli : In questo momento mi occupo prevalentemente dello sviluppo dell’associazione nazionale Ninfea che è una associazione per il riconoscimento della figura dello Youth work in Italia.
Ci stiamo anche occupando di creare una rete tra organizzazioni di Youth worker in Europa. E’ una cosa che sta nascendo, neonata, con lo scopo di lavorare appunto sul riconoscimento, ma anche sul supporto e sul sostegno delle piccole organizzazioni di Youth work.
Inoltre mi occupo di formazione, sempre nell’ambito di Youth work per operatori a livello nazionale ma soprattutto europeo nella dimensione Euromed. 
E naturalmente faccio la Youth worker, lavoro con i ragazzini, soprattutto in ambito di progetti di educazione non formale nelle scuole di avviamento professionale, in particolare con progetti di intersezionalità, quindi con ragazzini migranti con disabilità medie.

Giosef Italy: Come applicare la narrativa internazionale al contesto locale per facilitare i processi di riconoscimento?

Federica Demicheli : Lo Youth work a livello nazionale in Italia è un po’ una cenerentola, non esiste in maniera ufficiale, non è ovunque. Solo in alcune regioni esiste una normativa, un riconoscimento che va dallo Youth work all’animazione socio culturale e socio educativa.
Quindi diciamo che parlare di Youth work a livello nazionale ce ne rendiamo conto sempre di più anche col lavoro che stiamo facendo all’interno di Ninfea, palesa la molteplicità di aspetti, la differenza di riconoscimento e anche alcune volte la mancanza di strumenti che possono sostenere questo riconoscimento a livello nazionale.
Dico questo perché questa frammentazione non giova allo Youth work, perché ci sono profili, riconoscimenti o allocazioni economiche diverse da ragione a regione e questo fa sì che non possiamo parlare di una qualità a livello nazionale, bensì regionale.
In Europa si sono succedute in questi anni vari riforme, abbiamo avuto una serie di documenti che ci permettono di avere un frame europeo sullo Youth work. Ci sono stati anche alcuni eventi importanti come le Conventions sullo Youth work, che hanno dato linee guida e strumenti anche applicativi per le agenzie nazionali per la gioventù, ma anche per i vari dipartimenti per le politiche giovanili, così come per le organizzazioni, parlando di un’attivazione dal basso anche per lo Youth work.
L’ultima convention sullo youth work si augura, ad esempio, la creazione di community of practices a livello nazionale che possano creare reti tra Youth worker e organizzazioni affinché lo Youth work venga riconosciuto nei paesi dove vi è la necessità, ma anche dove si possa parlare di qualità, di condivisione, di crescita professionale.
Questa secondo me è importante. Se noi riprendiamo il documento finale della Convention dello Youth worker del 2015, ci sono alcuni elementi interessanti perché parla di Youth work e del suo ruolo nella comunità.
Si legge proprio nelle prime pagine che lo Youth work si occupa di creare spazi per i giovani, ma anche di creare ponti, ovvero sostenere lo sviluppo personale ma anche creare e rafforzare il loro coinvolgimento nei processi decisionali a livello nazionale ed europeo. Secondo me questo è uno dei punti più importanti: ribadire con forza che lo Youth work non è gestire il tempo libero dei ragazzi, non è fare i campi estivi solo, ma è fare politica giovanile, è fare da supporto agli sviluppi personali di giovani in termini sociali e politici, intendendo per politici la partecipazione attiva nelle proprie comunità locali con consapevolezza.
Torno all’esempio del centro estivo, ad esempio che secondo me è una delle più grandi occasioni in cui noi facciamo Youth work perché ci viene riconosciuta con progetti che durano tre mesi, dove abbiamo la disponibilità di poter lavorare con tanti ragazzi. Il centro estivo è però un luogo dove si può fare lavoro di consapevolezza e partecipazione attiva dei giovani, secondo me l’intenzionalità che appunto vi è in questo statement della Convention, è l’intenzionalità dello Youth work, non tanto le attività ma il metodo e l’approccio necessario.

Giosef Italy: Come lo Youth work grassroot può influenzare l’agenda europea sullo Youth work in tema di riconoscimento?

Federica Demicheli : Lo Youth Work grassroot prima di tutto, per influenzare un’agenda europea, deve fare un profondo lavoro interno di riconoscimento a livello nazionale, perché l’Europa ci offre un frame, ma questo frame europeo poi deve essere fortemente ed adeguatamente calato a livello nazionale.
Quello che trovo interessante dello Youth work grassroot è la competenza, acquisire le competenze e le strategie per lavorare, acquisire con chiarezza i bisogni ed i processi da far presente a livello Europeo. Ma anche questo vuol dire creare un coordinamento tra organizzazioni che si occupano di Youth work a livello nazionale, affinché questi bisogni diventino in qualche modo strutturati, digeribili a livello di policy europee.  Io trovo importante questo livello un po’ politico di trasformazione del pensiero. Dobbiamo imparare come Youth worker a fare ricerca, ma ricerca che sia su di noi e che parli di noi e che non parli del generico: una ricerca che parli delle difficoltà e delle potenzialità in modo professionale e scientifico. Ecco questo per me è  importante, nel senso che la scientificità sta nel creare letteratura e nel non avere il distacco da questo tipo di pensiero. Quindi anche il  provare a costruire dei legami virtuosi con Università, ricercatori, in cui però noi non siamo solo l’oggetto della ricerca come succede spesso, ma siamo i protagonisti della ricerca che si appropriano sempre un po’ di più di strumenti per fare ricerca, in qualche modo essere in grado di filtrare informazioni e renderle fruibili alle istituzioni.
Questo non vuol dire snaturare lo Youth work, perché alcune volte questa è un po’ la critica.
Se alcuni anni fa “Io non riesco a spiegare a mia nonna cosa faccio” era una battuta, secondo oggi, non è più una battuta, dopo 20 anni, deve essere una fonte di frustrazione.
Se non siamo in grado dopo 20 anni di dire che facciamo è fonte di frustrazione, va fatto un lavoro. E fare un lavoro non vuol dire perdere l’intenzionalità politica del nostro lavoro, vuol dire averla. Io penso che questo lavoro, se qualcuno ha avuto esperienza di lavorare in Uk e con qualche Youth worker inglese, è stato fatto.
E’ un processo in cui molti Youth worker senior in qualche modo sono a cavallo tra la pratica e l’Università, e non vedo assolutamente uno svilire l’uno al posto dell’altro, vedo anzi un riconoscimento sempre maggiore. Trovo che questo sia importante se vogliamo seriamente un riconoscimento del quadro professionale, cioè chi siamo e quindi entrare a pieno titolo in bandi, essere riconosciuti che ne so, dai vari apparati comunali. Un riconoscimento economico, che non sia più soltanto discrezionale ma che si strutturale e che quindi ci porti una qualità.
Ad esempio in questo momento di pandemia abbiamo visto come alcuni colleghi, molto bravi, hanno dovuto lasciare il proprio lavoro poiché non essendoci un riconoscimento professionale tutelante sono dovuti andare a cercare, come qualcuno ci diceva “un lavoro normale” un lavoro che potesse dare la garanzia di poter sostenere la famiglia.
Allora io penso che in questo lo Youth work abbia tantissime informazioni, tantissime esperienze, tantissime prassi, che però risultano difficili da abbracciare.
Penso sia un lavoro che debba contribuire ad un pensiero più ampio in cui appunto, a livello europeo, non ci sia solo l’idea di Youth Work anglosassone o di matrice tedesca, dove questo lavoro è stato fatto.
Servono delle istanze e delle ricerche più consolidate perché si possa abbracciare un po’ la diversità di percorso.