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silvia volpi dialog in youth work

E’ online la seconda puntata del ciclo di pubblicazioni “Perle di Youth Work”, una serie di video interviste, con relative trascrizioni, realizzate nell’ambito del progetto DialogIn Youth Work, Erasmus Plus – KA347 – Youth Dialogue Projects.
Protagonista di oggi è Silvia Volpi per REDU- Rete Educare ai Diritti Umani, una rete di educatori e formatori che si occupa di promuovere metodologie e strumenti efficaci per l’educazione ai Diritti Umani.

Guarda la video intervista integrale:

Perle di Youth Work : intervista a Silvia Volpi

Giosef Italy: Cosa fai nell’ambito dello Youth Work?

Una domanda abbastanza impegnativa, provo ad essere sintetica e a raccontare chi sono.
Intanto come si sente facilmente dall’accento, vengo dalla Toscana e sono nata vicinissimo a Firenze. Fin da quando avevo circa 15 anni ho iniziato a fare attività di volontariato e di quella che al tempo veniva chiamata “animazione socio educativa” soprattutto nei centri estivi. Contestualmente visto che non mi stancavo mai a quell’età, mi piaceva anche fare da allenatrice, o come si direbbe oggi, da coach per una squadra di atletica leggera. Sono sempre stata a contatto con i giovani e soprattutto ho maturato la passione per i processi educativi e di accompagnamento.
Nel tempo ho continuato a studiare, ho lavorato in Francia per un lungo periodo dove ho frequentato il mondo dell’educazione formale, quindi ho fatto l’insegnante.
Ma rimaneva fermo il mio interesse per i processi educativi, a prescindere dal contesto quindi formale o non formale, per poi fare una scelta definitiva, nel 1995 quando ho iniziato a dedicarmi allo Youth Work vero e proprio, in un contesto associativo.
Ho un ricordo molto bello di questo periodo perché tra le prime esperienze che ho fatto sia di livello nazionale che di livello europeo, mi ricordo di aver fatto parte di un corso di formazione indetto dall’agenzia nazionale per i giovani del tempo, nell’ambito di un programma che si chiamava “gioventù per l’Europa”.
Da quel momento ho continuato a lavorare come youthworker sia nel contesto associativo locale ed anche internazionale.
Sono diventata una formatrice lavorando sempre su quello che era il mio interesse, la mia passione, che ha condotto anche la mia scelta professionale, lavorare su temi legati alla partecipazione giovanile, alle politiche giovanili e soprattutto ai diritti umani. 
Oggi mi ritrovo a supervisionare i cosiddetti youth workers nell’organizzazione di cui faccio parte, REDU- Rete Educare ai Diritti Umani, per formarli e accompagnarli nei loro processi di crescita o a fare attività di mentoring, di sostegno, ove necessario.

Giosef Italy: Lo Youth Work dovrebbe avere un lato attivista, e se si, come contribuisce al cambiamento sociale che passa attraverso i giovani?

Domanda complessa che richiederebbe una risposta altrettanto articolata complessa, ma non credo che ci stiamo con i tempi. Quindi provo a partire dalla mia esperienza per poi provare a generalizzare.
Per mia esperienza e per come ho vissuto io il ruolo dello youth worker e il lavoro nell’ animazione socio educativa, il lato attivista era parte integrante ed è tutt’oggi parte integrante del lavoro con i giovani, per una doppia motivazione. Perché in primis il lavoro con i giovani è un lavoro che dovrebbe stimolare la partecipazione , la loro attivazione ed il loro empowerment e quindi la loro crescita e la loro capacità di avere voce nei processi decisionali. In questo senso lo Youth Work facilita l’attivazione e facilità l’attivismo giovanile.
D’altro canto la persona che esercita questo ruolo professionale, quindi che fa Youth Work, se attiva processi di empowerment, se lavora sul tema dell’inclusione, se lavora affinché i giovani e soprattutto le persone che si trovano in situazioni di difficoltà, di marginalità o di esclusione siano parte della comunità e di conseguenza possano a tutti gli effetti godere dei propri diritti, allora in questo caso ha un ruolo che non è solo un ruolo educativo, ma è un ruolo molto vicino alla figura dell’attivista. Ed è anche chiaro per me che facendo questo, lo youth worker non ha una posizione neutra. Questo è stato un tema molto dibattuto nel negli anni, il posizionamento del Youth worker se dovesse essere neutro e quindi non prendere posizione, ma dal mio punto di vista e di  nuovo, sempre per quella che è la mia esperienza, è impossibile essere neutri dal momento che ci spendiamo per delle cause. Quando parliamo di inclusione sociale, di godimento dei diritti umani è chiaro che questo ha la conseguenza, di prendere una posizione. E questa posizione ha un significato socio-politico necessariamente. Perché se siamo dalla parte dei diritti non siamo neutri, se siamo dalla parte dell’inclusione non possiamo essere neutri e se siamo dalla parte di lasciare spazio e potere ai giovani necessariamente è una scelta di posizionamento anche politica.

Giosef Italy: Youth Work e Social Work, in che modo si differenziano e come possono collaborare?

Questa è una bellissima domanda, anche questa ha la sua complessità. Diciamo che per rispondere mi piacerebbe ripartire forse dalla definizione dello youthworker, come la da il Consiglio d’Europa.
In quel trafiletto lo Youth Work viene definito come un’ampia attività di natura sociale, culturale, educativa, ambientale e politica per i giovani in gruppo e individualmente.
E poi, dopo dice più nello specifico: il lavoro con i giovani è essenzialmente una pratica sociale che lavora con i giovani e le società in cui vivono facilitando la partecipazione attiva e l’inclusione dei giovani e le loro comunità nel processo decisionale. 
E’ importante ripartire da questa definizione perché, dal mio punto di vista, la connotazione che viene data al lavoro con i giovani è molto chiara, viene detto esplicitamente che il lavoro che viene fatto con i giovani e per i giovani è un un’attività, una pratica sociale. Quindi diciamo che è la professione, se vogliamo parlare di professione, o l’attività’ di youth work che si può contestualizzare in ambito sociale. 
Allora si potrebbe dire bene, che lo youth worker è un operatore sociale, o un social worker. Se traduco diciamo queste parole nel nostro contesto nazionale, ci sono delle differenze. Per Social worker puro noi intendiamo a volte differenti professionalità, quindi dall’assistente sociale, dall’educatore e altre e altre figure. Molto spesso in ambito sociale troviamo anche adoperare persone che hanno dei titoli legate alla pedagogia per esempio alla psicologia o alle scienze sociali e via dicendo.
Quindi se parliamo di professionalità si distinguono, naturalmente, ma se parliamo di valenza sicuramente lo youth worker ha una valenza sociale e quindi è una pratica sociale. Naturalmente nella definizione si capisce già da un po’ la differenza, perché parlando dello youth worker si parla di pratica sociale legata al mondo giovanile e quindi contestualizzata e identificata nello specifico in relazione a un target altrettanto specifico, se parliamo di lavoro sociale probabilmente intendiamo un lavoro più ad ampio raggio e include anche diversi target e che anche funzioni diverse.
La domanda invece che veniva dopo, se le due professionalità, se i due ruoli possono collaborare o devono collaborare. Dal mio punto di vista si, e necessariamente in questo caso. Perché l’ideale è pensare di lavorare in equipe multidisciplinari in cui lo youth worker possa affiancare un operatore sociale o addirittura un equipe di pedagogisti e psicologi in modo da avere un impatto ancora più forte e potersi confrontare sulle problematicità, criticità che possono emergere della gestione di situazioni a volte non semplici.
Quello che che noto è che laddove si opera con passione e con i giovani, e si opera con come dire con una mente aperta e un cuore aperto nei confronti dei i bisogni dei giovani e le criticità che loro incontrano, se ci rendiamo conto che non rientra nella nostra area di competenza un certo servizio, facilmente si fanno dei rimandi anche a strutture esterne alle nostre situazioni alle nostre cooperative. Quindi esiste la possibilità di farlo, il rimando, esiste la possibilità di lavorare insieme, non è però a sistema e non sempre è possibile anche perché a volte i passaggi che che occorre fare ovviamente fanno parte di una burocrazia che non sempre facilita il lavoro e la tempestività nell’esecuzione di di un lavoro d’equipe che invece sarebbe necessaria soprattutto in casi di marginalità.