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Terza perla di Youth Work, questa volta la protagonista è Simona Molari. Simona viene dalla città di Torino dove è nata e risiede.
Questa video intervista fa parte del ciclo “Perle di Youth Work” una serie di video interviste, con relative trascrizioni, realizzate nell’ambito del progetto DialogIn Youth Work, Erasmus Plus – KA347 – Youth Dialogue Projects.

Guarda la video intervista integrale:

Giosef Italy: Cosa fai nell’ambito dello Youth Work?

Nell’ambito dello Youth Work lavoro principalmente come formatrice, all’interno del programma Erasmus + ,normalmente formazioni internazionali ma anche formazioni a livello locale. Tengo corsi di formazione in diverse parti d’Europa sia per ragazzi, quindi per giovani, quindi proprio i destinatari ,sia per chi lavora con i giovani, quindi può essere un educatore, può essere un’insegnante, comunque chi lavora nell’ambito socio-educativo.
La maggior parte dei corsi sono corsi a livello di quello che viene chiamato in Erasmus plus i TCA, ossia delle attività di cooperazione tra le varie agenzie nazionali. Questo è uno degli ambiti in cui opero.
Poi ci sono anche altri ambiti come ad esempio rispetto al lavoro di mentoring dei ragazzi volontari che presento all’interno sempre del programma Erasmus +, con i progetti di solidarietà, l’ESC, prima chiamato servizio volontario europeo adesso servizio European solidarity Corps. A questo proposito volevo parlare anchedi uno dei corsi che tengo assieme a due colleghi di altri paesi che si chiama proprio The Power of No Formal Education. Quello che abbiamo visto negli ultimi anni di lavoro è che è un concetto talmente, come dire, in movimento, talmente diverso per ogni paese, forse anche fluido se possiamo dirlo, che metterlo in una definizione fissa, rischierebbe di lasciarlo immutato. Invece è proprio l’opposto, quindi l’ educazione non formale per me è uno dei pilastri assoluti dello youth work.

Giosef Italy: Perché l’educazione non formale e lo Youth Work sono spesso considerati un binomio? Sono legati anche su base valoriale?

L’educazione non formale implica un approccio olistico, quindi non solo le mani ,non solo la testa, ma soprattutto il cuore e il quadro di valori. Questo è sicuramente una delle caratteristiche fondamentali, perché si tratta di lavorare con le persone, con i ragazzi, con giovani, con chi lavora con giovani. E proprio l’aspetto valoriale quindi è essenziale secondo me perché la base dei risultati rispetto a questo tipo di educazione, è anche il parlare dei diritti umani, della diversità, dell’inclusione, di tutte le tematiche con un’altissima connotazione valoriale. Ma ci deve essere anche lo step successivo: portare un cambiamento. Un cambiamento proprio nel nostro intorno, dove lavoriamo, ma non solo dove lavoriamo perché magari basta anche nel nostro circuito familiare, nei nostri intorni di amicizie. Tantissime volte ci dimentichiamo l’impatto che può avere un’attività di questo genere. Pensiamo a quante persone hanno potuto usufruire di uno di questi progetti e quante persone sono ritornate dopo aver fatto questa esperienza e hanno solo parlato e capito e agito in maniera diversa rispetto a dei valori, e quante quindi hanno coinvolto qualcun altro e sono riuscite a cambiare proprio in maniera attiva.
Ecco questa io penso che sia una delle chiavi dello Youth Work e del binomio dal punto di vista valoriale. Io penso anche che ci sia un assoluto bisogno di non andare in competizione con il formale , ma anzi collaborare e pensare che si parla sempre di educazione. Quindi non formale e non formale ma educazione. Il punto, secondo me è proprio questo, riuscire ad avere un’apertura tale che, anche nelle scuole, gli insegnanti, le metodologie non sono prettamente formali o non formali. Guardiamo adesso con zoom piuttosto che tutti questi tipi di approcci digitali, o anche semplicemente una presentazione PowerPoint, è sempre stata una cosa di business, noi adesso l’abbiamo usata tantissimo nel non formale per esempio.
E l’ultima cosa rispetto ai valori, secondo me importantissimo, è anche l’importanza di chi fornisce questo tipo di Youth Work o comunque questo tipo di educazione,. Quindi è molto difficile questo aspetto di educare gli altri e poi in prima persona non seguire il valore per cui tu stai in quel processo. Per questo un’altra cosa fondamentale per me dell’educazione non formale e dello Youth Work è la parte di processo riflessivo, quindi dell’attività fatta con gli altri, ma seguita da un vero processo di riflessione o debriefing, come viene chiamata in gergo. Un’attività fatta, ma senza il dovuto tempo per riflettere su cosa si è appreso, per me non è una attività educativa, può essere un gioco, ma manca la parte proprio educativa.

Giosef Italy: Può lo Youth Work essere efficace senza l’utilizzo dell’educazione non formale nella sua pratica?

Allora questa è una domanda molto interessante. Sicuramente lo Youth Work per me è efficace proprio, perché coinvolge tutto. Coinvolge le emozioni, coinvolge la testa, coinvolge l’azione, coinvolge l’educazione, il supporto, la riflessione,per cui penso che senza questo sia veramente difficile che sia efficace. Secondo me l’utilizzo dell’educazione non formale è fondamentale per l’efficacia, per l’impatto e per generare quel tipo di impatto sia a breve termine che a lungo termine che ha lo Youth Work.
Può  lo Youth Work essere efficace senza l’utilizzo dell’educazione non formale nella sua pratica?
Allora sono sicuramente di parte quando dico questa cosa qua, ma secondo me no per come la vedo io. Ecco l’educazione non formale, la vedo come lo strumento più giusto per un tipo di processo educativo e soprattutto di impatto. Noi mettiamo in circolo dei cambiamenti anche profondi all’interno di noi stessi, per cui la dimensione olistica e la natura dell’educazione non formale è di assoluta efficacia rispetto ad un processo proprio educativo. E questo non significa che sia un processo noioso, anzi tutt’altro, cioè l’educazione non è che deve essere vista come una cosa noiosissima. Una delle caratteristiche dell’educazione non formale è che mette in atto anche delle dinamiche difficili sicuramente perché si va a lavorare su se stessi, per cui un processo di riflessione continua e che può essere faticoso, senza dubbio. Ma anche può essere divertente perché i metodi posso essere tantissimi, c’è spazio per la fantasia.
E parlo io, in prima persona che sono anche il frutto di una esperienza di scambi internazionali, di tanti tanti anni fa, del secolo scorso (quest’anno sono ben 30 anni) a cui ho partecipato e che mi ha fatto scoprire proprio il teatro di strada, la clownerie, perché io faccio anche questo. Ed è stato un cambiamento profondissimo, quindi un impatto così a lungo termine, divertentissimo, incredibile, che porta a mettersi in gioco. Raramente si riesce a far scattare con altre metodologie, poi per carità sicuramente ci potrebbero essere tanti tanti altri metodi. Sarebbe bello riuscire, come ho detto già prima, a collaborare di più anche rispetto alla scuola, agli insegnanti, ad essere impattanti insieme. Ecco questa è una cosa che mi piacerebbe vedere.